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Che ne siate consapevoli o meno, mentre guardate un film o uno spot televisivo, la percezione che avete di ogni singolo fotogramma varia in base al mood della colonna sonora che l’accompagna. A partire da questo presupposto, e in un periodo “social” in cui a fare da padrone sembrava essere prevalentemente l’uso dei filtri (prima Instagram, poi la rincorsa di Twitter e infine il successo di tool come VideoFilter), la piattaforma web Ubersnap fa un passo avanti e dà vita a quello che sembra l’anello di congiunzione tra Flickr e Spotify, consentendo di combinare l’impatto visivo delle immagini con quello emotivo di una soundtrack.

imageDopo aver creato un account (ma potete anche loggarvi tramite Facebook) vi basterà aggiungere una foto (o un album), scegliere una canzone da un elenco preesistente o addirittura registrare un suono ad hoc. L’interfaccia utente, davvero intuitiva, sta da qualche parte tra Pinterest, Instagram e Vine, con tanto di like, repost, commenti e le solite opzioni di condivisione, con in più, però, la possibilità di acquistare le tracce audio.

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imageA partire dal 1704, anno di debutto dell’advertising cartaceo (il primato è del Boston News-Letter, che pubblicò l’annuncio della compravendita di una casa), l’industria della pubblicità visse, come è facile intuire, una lunga serie di trasformazioni. Nel corso del tempo, solo alcune campagne riuscirono a guadagnarsi lo status di memorabili, e pochissime dimostrarono un valore ancora più grande: quello di influenzare le modalità quotidiane della comunicazione, di plasmare le tendenze di un periodo, o addirittura di ridefinire il significato stesso di propaganda. Vincendo la sfida del tempo, alcuni degli adv che vedrete hanno avuto un impatto mastodontico persino sui filoni pubblicitari dell’epoca moderna (uno solo è successivo al Duemila); altri, addirittura, sono rimasti, negli anni, praticamente immutati. In ordine cronologico, nove campagne che - forse inconsapevolmente - hanno fatto la storia.

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imageUn volto o un payoff? Cos’è che attira maggiormente la nostra attenzione in uno spot pubblicitario? E in un sito web? Analizzando i report di alcune compagnie di software eye-tracking come Sticky e EyeQuant, che monitorano la risposta oculare di alcuni campioni di pubblico nel momento immediatamente successivo al caricamento delle pagine, il sito Business Insider ha recentemente pubblicato una gallery-studio che ci restituisce spunti interessanti sulle reazioni a determinati tipi di informazione e che, in certi casi, rimette persino in discussione alcune opinioni largamente diffuse. La metodologia alla base di questi tool ricorda da vicino lo strumento di sentiment analysis Affdex, che rileva gli emotional peaks di annunci o spot televisivi esaminando le risposte facciali dell’audience.

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imageCon il Parco Nazionale del Gran Paradiso abbiamo un trascorso collaborativo solido e continuativo, iniziato nel 2010 con un lavoro imponente di comunicazione sul web che ha portato principalmente alla creazione di un sito multilingue e ad una prima impostazione dei social connessi (Twitter, Youtube e Facebook).

Come vuole la naturale e fisiologica empatia professionale di questo tipo di rapporti, ogni notizia che in qualche modo “gravita” intorno ai nostri clienti ci coinvolge, e questo, naturalmente, vale ancora di più quando si tratta di un successo che deriva in parte dalla nostra consulenza e da un confronto tra cliente e agenzia costante e proficuo. Il successo di cui stiamo per raccontarvi ora parla un linguaggio straordinario – quello dei social network, appunto - tanto accessibile in apparenza quanto ermetico nella sua ricerca di una “formula” vincente.

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imageSui social media, come sappiamo, il tempismo è essenziale, e spesso l’orario di condivisione di un link può contribuire a segnare l’ipotetica linea di confine tra successo virale e totale e incontrovertibile letdown. Niente paura, però: non siete soli. Perché ciascun social network, autonomamente o meno, si è dotato nel corso del tempo di strumenti per facilitarvi nell’analisi e nell’ottimizzazione dei dati ricavati dalle attività sulle pagine che gestite (è il caso degli Insights di Facebook), oppure - come accade con Timing+ per Google Plus e con Tweriod per Twitter - per suggerire le tempistiche migliori per le vostre pubblicazioni.

Prendete questi dati e valutateli alla luce dell’infografica di Surepayroll.com che stiamo per presentarvi. Se unite il tutto ad una dose massiccia di buon senso (stiamo parlando pur sempre di stime che vanno calibrate in base ai feedback e all’esperienza personale di ognuno ), otterrete forse il vostro prossimo vademecum.

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Terreno prediletto di una moltitudine sempre più nutrita di job seeker (nonché, insieme a Instagram, uno degli strumenti in maggiore espansione di questo 2014), LinkedIn, lontano dal rappresentare un mero contenitore di esperienze, è anche un eccellente showcase di risorse e successi personali. Con una concorrenza di più di 300 milioni di utenti iscritti, però, la visibilità sulla piattaforma deve essere per forza di cose guadagnata facendo leva sulla massimizzazione delle nostre attività, a cominciare, naturalmente, da un profilo d’impatto. Con questi presupposti, e seguendo il successo di un altro post di qualche mese fa, il sito Link Humans ha pubblicato un’ottima infografica che rappresenta un po’ un recap di tutto ciò che deve essere fatto per ritagliarci un nostro spazio sul più professionale (e atipico) dei social network. Eccola di seguito, anticipata da quattro tips fondamentali.

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imageQuando la catena di ristorazione americana Wendy’s ridisegnò il suo logo nel 2013, dando ancora più risalto all’iconica ragazza con le trecce, la compagnia insistette sul fatto che la parola “mom” sul collare fosse frutto di una casualità. Nessun messaggio subliminale, insomma, e nessun azzardato richiamo alla cucina casalinga: un fast food, per una volta, è fiero di essere un fast food. Ed è curioso, in effetti. Perché, almeno da quando i loghi corporate hanno iniziato a rappresentare più di un semplice simbolo, e gli stessi brand ne hanno approfittato per renderli portatori di contenuti profondi o di innocui vezzi creativi, elementi di questo tipo sono stati cercati, voluti, persino ostentati. Tra malcelati omaggi e codici morse, 10 messaggi nascosti (più uno) che forse non conoscevate.

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Amplificare le comunicazioni riducendo il linguaggio ai minimi termini: questa volta è Yo a provarci, l’app realizzata in otto ore che ha attirato l’attenzione non soltanto di una serie di finanziatori disposti a sborsare un milione di dollari per vederla concretizzata, ma anche quella di alcuni hacker che ne avrebbero già “bucato” la rubrica. Aggressivamente semplicistica, Yo – che ama autodefinirsi “a single-tap zero character communication tool” - consente di inviare agli amici una notifica digitale che recita uno “yo” con voce meccanica. Nessun video, nessuna immagine, nessun link: nient’altro.

Ma perché proprio “Yo” e non qualcosa di più comune come “Hey”?, chiede Business Insider in un’intervista al fondatore Or Arbel.Perché è la parola perfetta”, risponde lui laconicamente. “E poi può voler dire qualsiasi cosa, da un semplice buongiorno a un più meditato “Come stai? Ti sto pensando”. Lo stesso Arbel - israeliano, trentadue anni - invoca addirittura una nuova forma di comunicazione basata esclusivamente “sul contesto”, non accorgendosi, forse, di aver dato vita alla banale evoluzione di un “mi piace” o tutt’al più dello squillo, la più alternativa (e così anni ’90…) delle forme di richiesta d’attenzione.

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imageDisseminati ovunque ma noti solo ai navigatori più accorti, gli easter egg (chiamati così in riferimento all’usanza anglosassone di nascondere i famosi dolci pasquali in giardino) sono contenuti speciali – innocui e spesso divertenti - che i progettisti o gli sviluppatori di un prodotto nascondono all’interno del prodotto stesso. Google, che da almeno 15 anni ne è uno dei più prolifici divulgatori, ne ha inseriti praticamente in ogni sua creatura (Search, Youtube, Android, Maps e altri ancora). In occasione del rilascio del recentissimo easter egg “tematico” dedicato al mese di giugno e alla celebrazione dell’orgoglio LGBT, ne abbiamo selezionati e rispolverati più di venti tra i più famosi. Talvolta legati ad eventi storici o letterari, molto più spesso incentrati sulla cultura pop e sul concetto più ampio di divertissment digitale, queste specialissime “uova” nascondono, talvolta, ben più di una sorpresa. Anche un motore di ricerca, a quanto pare, può avere un’anima ironica.

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Ogni luogo è fatto di migliaia di storie e alcune sono le tue”. Con questo messaggio si apre il mondo di Maptia, piattaforma la cui mission è quella di creare la più “ispirazionale” delle mappe del mondo. Per farlo si affida ai racconti di chi ha viaggiato e sperimentato luoghi, raccolto storie interessanti o dato vita alle proprie avventure in posti lontani da casa.

La forza della community online lanciata nel 2013 è nella filosofia che accomuna i contributors (con tanto di manifesto da sottoscrivere), nella qualità delle immagini (Show, not Tell è uno dei tips suggeriti per uno storytelling avvincente) e nella creazione di una mappa del mondo che effettivamente unisce gusto e fruibilità in una maniera inedita rispetto ai più frequentati portali di “suggerimenti per viaggi”.

Jonny Miller, cofondatore di Maptia insieme a Dorothy Sanders e Dean Fischer (foto sotto), ci racconta la genesi e gli scenari futuri della sua creatura.

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