imageSui social media, come sappiamo, il tempismo è essenziale, e spesso l’orario di condivisione di un link può contribuire a segnare l’ipotetica linea di confine tra successo virale e totale e incontrovertibile letdown. Niente paura, però: non siete soli. Perché ciascun social network, autonomamente o meno, si è dotato nel corso del tempo di strumenti per facilitarvi nell’analisi e nell’ottimizzazione dei dati ricavati dalle attività sulle pagine che gestite (è il caso degli Insights di Facebook), oppure - come accade con Timing+ per Google Plus e con Tweriod per Twitter - per suggerire le tempistiche migliori per le vostre pubblicazioni.

Prendete questi dati e valutateli alla luce dell’infografica di Surepayroll.com che stiamo per presentarvi. Se unite il tutto ad una dose massiccia di buon senso (stiamo parlando pur sempre di stime che vanno calibrate in base ai feedback e all’esperienza personale di ognuno ), otterrete forse il vostro prossimo vademecum.

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Terreno prediletto di una moltitudine sempre più nutrita di job seeker (nonché, insieme a Instagram, uno degli strumenti in maggiore espansione di questo 2014), LinkedIn, lontano dal rappresentare un mero contenitore di esperienze, è anche un eccellente showcase di risorse e successi personali. Con una concorrenza di più di 300 milioni di utenti iscritti, però, la visibilità sulla piattaforma deve essere per forza di cose guadagnata facendo leva sulla massimizzazione delle nostre attività, a cominciare, naturalmente, da un profilo d’impatto. Con questi presupposti, e seguendo il successo di un altro post di qualche mese fa, il sito Link Humans ha pubblicato un’ottima infografica che rappresenta un po’ un recap di tutto ciò che deve essere fatto per ritagliarci un nostro spazio sul più professionale (e atipico) dei social network. Eccola di seguito, anticipata da quattro tips fondamentali.

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imageQuando la catena di ristorazione americana Wendy’s ridisegnò il suo logo nel 2013, dando ancora più risalto all’iconica ragazza con le trecce, la compagnia insistette sul fatto che la parola “mom” sul collare fosse frutto di una casualità. Nessun messaggio subliminale, insomma, e nessun azzardato richiamo alla cucina casalinga: un fast food, per una volta, è fiero di essere un fast food. Ed è curioso, in effetti. Perché, almeno da quando i loghi corporate hanno iniziato a rappresentare più di un semplice simbolo, e gli stessi brand ne hanno approfittato per renderli portatori di contenuti profondi o di innocui vezzi creativi, elementi di questo tipo sono stati cercati, voluti, persino ostentati. Tra malcelati omaggi e codici morse, 10 messaggi nascosti (più uno) che forse non conoscevate.

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Amplificare le comunicazioni riducendo il linguaggio ai minimi termini: questa volta è Yo a provarci, l’app realizzata in otto ore che ha attirato l’attenzione non soltanto di una serie di finanziatori disposti a sborsare un milione di dollari per vederla concretizzata, ma anche quella di alcuni hacker che ne avrebbero già “bucato” la rubrica. Aggressivamente semplicistica, Yo – che ama autodefinirsi “a single-tap zero character communication tool” - consente di inviare agli amici una notifica digitale che recita uno “yo” con voce meccanica. Nessun video, nessuna immagine, nessun link: nient’altro.

Ma perché proprio “Yo” e non qualcosa di più comune come “Hey”?, chiede Business Insider in un’intervista al fondatore Or Arbel.Perché è la parola perfetta”, risponde lui laconicamente. “E poi può voler dire qualsiasi cosa, da un semplice buongiorno a un più meditato “Come stai? Ti sto pensando”. Lo stesso Arbel - israeliano, trentadue anni - invoca addirittura una nuova forma di comunicazione basata esclusivamente “sul contesto”, non accorgendosi, forse, di aver dato vita alla banale evoluzione di un “mi piace” o tutt’al più dello squillo, la più alternativa (e così anni ’90…) delle forme di richiesta d’attenzione.

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imageDisseminati ovunque ma noti solo ai navigatori più accorti, gli easter egg (chiamati così in riferimento all’usanza anglosassone di nascondere i famosi dolci pasquali in giardino) sono contenuti speciali – innocui e spesso divertenti - che i progettisti o gli sviluppatori di un prodotto nascondono all’interno del prodotto stesso. Google, che da almeno 15 anni ne è uno dei più prolifici divulgatori, ne ha inseriti praticamente in ogni sua creatura (Search, Youtube, Android, Maps e altri ancora). In occasione del rilascio del recentissimo easter egg “tematico” dedicato al mese di giugno e alla celebrazione dell’orgoglio LGBT, ne abbiamo selezionati e rispolverati più di venti tra i più famosi. Talvolta legati ad eventi storici o letterari, molto più spesso incentrati sulla cultura pop e sul concetto più ampio di divertissment digitale, queste specialissime “uova” nascondono, talvolta, ben più di una sorpresa. Anche un motore di ricerca, a quanto pare, può avere un’anima ironica.

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Ogni luogo è fatto di migliaia di storie e alcune sono le tue”. Con questo messaggio si apre il mondo di Maptia, piattaforma la cui mission è quella di creare la più “ispirazionale” delle mappe del mondo. Per farlo si affida ai racconti di chi ha viaggiato e sperimentato luoghi, raccolto storie interessanti o dato vita alle proprie avventure in posti lontani da casa.

La forza della community online lanciata nel 2013 è nella filosofia che accomuna i contributors (con tanto di manifesto da sottoscrivere), nella qualità delle immagini (Show, not Tell è uno dei tips suggeriti per uno storytelling avvincente) e nella creazione di una mappa del mondo che effettivamente unisce gusto e fruibilità in una maniera inedita rispetto ai più frequentati portali di “suggerimenti per viaggi”.

Jonny Miller, cofondatore di Maptia insieme a Dorothy Sanders e Dean Fischer (foto sotto), ci racconta la genesi e gli scenari futuri della sua creatura.

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Each place is made ​​up of thousands stories and some of them are yours”. With this message opens up the world of Maptia, a platform whose mission is to create an “inspirational” map of the world. To do so, it relies on the stories of those who have traveled and experienced places, collected interesting stories or gave birth to their adventures in places far from home.

The strength of the online community launched in 2013 is the philosophy that unites the contributors (with a manifesto to subscribe), image quality (Show, don’t Tell is one of the tips suggested for a compelling storytelling) and the creation of a map of the world that actually combines style and usability in a unusual way if compared to the most popular “tips for travel” portals.

Jonny Miller, co-founder of Maptia with Dorothy Sanders and Dean Fischer (picture below), tells us about the genesis and the future scenarios of his creature.

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La sera del 7 giugno 2014, il Borgo torinese di Vanchiglia tornerà ad aprire al pubblico le porte di studi, laboratori, case e cortili, proponendo mostre, concerti, proiezioni, performance teatrali, djset e installazioni. Tema di quest’anno: WUNDERLOV.

E ancora una volta, come ogni anno, Sixeleven chiederà a voi di mettervi in gioco, perché creatività è prima di tutto questo: condivisione e divertimento. E chi è il creativo se non una persona che mette a fuoco la realtà e la fotografa in modo del tutto originale?
Il gioco è semplice: noi vi affidiamo una selfie-missione e voi, smartphone alla mano, siete liberi di compierla utilizzando tutti i mezzi in vostro possesso. Un’unica regola: bando all’ovvietà nel vostro #wunderselfie!

Galoppate la moda del momento ma dite no alle inquadrature viste e riviste, realizzando l’autoscatto più estremo e bizzarro. Liberate il narciso represso che è in voi, osate pose plastiche, coinvolgete gli estranei, fatevi offrire da bere e immortalatevi con la vostra bionda preferita…Una birra? Un’amica? Decidetelo voi…alla fine saranno proprio i vostri selfie a consacrare le meraviglie di Vanchiglia!

Sotto le stelle di Largo Montebello, preparatevi a scattarne delle belle, in una notte di esibizionismo puro e idee brillanti come flash.

Scopri l’evento su Facebook!

Questa, bisogna dirlo, proprio non ce l’aspettavamo. Una app che prende tutto ciò che di fatto rappresentano, oggi, i social network (autocelebrazione, ricerca smodata del consenso, sovrabbondanza verbale,) e lo ribalta a uso e consumo di una platea – forse un po’ di nicchia - disposta a scavare un bel po’ sotto la superficie.   

Ku – così si chiama questa startup nata in Israele, che ruba la fine del termine giapponese “Haiku” per costruirsi un’identità essenziale già nel nome – parte infatti dall’idea di rappresentare un vero e proprio “ritorno alle origini”. Non è certo casuale, l’associazione con i famosi componimenti nipponici, ed è anzi da lì che parte la sfida: comporre tre versi di opera minimalista.

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imageLa street art ha da sempre l’obiettivo conclamato di sconvolgere l’ambientazione metropolitana che la ospita rendendola lo sfondo ideale per una provocazione critica, una suggestione a sfondo politico o più semplicemente un canale, gratuito e spesso illegale, di autopromozione artistica.

Nel caso della gallery che stiamo per presentarvi, però, la costruzione dell’opera è ancora più precaria: progettati per un sito specifico che ne aiuti a decifrare il significato, questi lavori sono infatti legati a situazioni e circostanze spesso temporanee o, nel migliore dei casi, mutabili.  Al di là dell’esecuzione, comunque, è proprio la selvaggia immaginazione degli artefici a stupire, con quella capacità quasi visionaria di rendere una vite, una staccionata o un tombino elementi imprescindibili per una costruzione semantica più ampia e strutturata.      

Oak Oak, Banksy e Ernestas Zacharevičius sono solo alcuni dei nomi che regolarmente vengono associati a questo concetto di street-art “interattiva”, dove l’interazione, in questo caso, ha a che fare più con l’ambiente che con l’uomo, ridotto per una volta a semplice osservatore. Quando le parti si invertono, ed entra in gioco una strumentalizzazione di tipo comunicativo, è ambient advertising a tutti gli effetti.

Trenta capolavori che non sanno decidersi tra il 2 e il 3D.

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(Fonte: boredpanda.com)