Sarà capitato a tutti, almeno una volta, di trovarsi nella situazione di decidere quale sia il social network più adatto alla pianificazione di una campagna B2B. Anche con tutte le analisi e le previsioni disponibili, infatti, ci sembra sempre che ci siano troppe variabili in ballo, per poter fare una previsione accurata. Ed è così, in effetti. Anticipandovi la conclusione dell’articolo, il discorso si lega proprio all’impossibilità di scegliere se esista o meno una piattaforma in assoluto preferibile. Nonostante si tratti di una convinzione a dire il vero piuttosto diffusa, il sito Econsultancy, qualche mese fa, ci provò pubblicando un articolo che metteva a confronto i risultati di una ricerca specifica ottenuti prima con Linkedin e poi con Facebook. Ecco cosa ne emerse.

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E’ un tipo di espediente pubblicitario che chiamano shockvertising e consiste nell’attirare l’attenzione non con astuzie linguistiche, non con raffinati escamotage creativi ma principalmente con la provocazione visiva. Proprio l’Italia, secondo Business Insider, è in un certo senso l’ambasciatrice di questa tendenza fin da quando, intorno al 1982, Oliviero Toscani diede il via all’iconica serie di campagne per Benetton, a dire il vero un po’ eccessive rispetto all’evidente convenzionalità dei prodotti (ma qui entrano in gioco importanti divagazioni strategiche su cui ora non vogliamo addentrarci). Tant’è: quello è l’inizio di un pezzo importante di storia pubblicitaria, a partire dalla scelta di sostituire il nome del brand con la filosofia del marchio (l’etichetta “United Colors…”, nel 1989, al posto di “Benetton”) per finire (si fa per dire) nel 1992 con l’immagine dell’attivista David Kirby morente, guinness dei primati come “Annuncio più controverso di sempre”.

imageBenetton a parte, comunque, che sulla provocazione ci ha costruito un immaginario e lo ha pure messo al servizio del suo impianto propagandistico (qui tutta la storia, raccontata splendidamente da Pasquale Barbella), gli ultimi decenni sono stati costellati da decine di campagne che ne hanno fedelmente seguito la falsariga. Sta a voi decidere se considerarli brillanti, offensivi o entrambi.

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imageC’è così tanto da vedere e così tanto da fare, sui social network, che alcune delle cose più divertenti e utili, spesso e volentieri sono destinate a perdersi. Per questo motivo, abbiamo deciso di raccogliere alcune delle funzioni meno conosciute di Twitter e Linkedin – probabilmente le piattaforme più “complesse”, nonostante la loro apparente immediatezza – per dare vita ad un breve excursus di tricks&tools a nostro parere indispensabili. Vediamo quanti ne conoscevate…

TWITTER

1. Creare una cronologia personalizzata di tweet
Twitter vi permette di comporre una timeline personalizzata contenente solo i tweet che sceglierete di includere. La creazione di queste collezioni avviene tramite Tweetdeck, management tool gratuito di Twitter.

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In Danimarca, nel quartiere Frederiksberg di Copenaghen, da qualche settimana c’è un supermercato dove si fa la spesa senza pagare.  L’idea, che è di Simon Taylor, ex dipendente di un’agenzia di marketing, è tanto semplice quanto efficace, perché prende alcune vecchie strategie pubblicitarie e le rimodella ad uso e consumo di un’era 2.0 in cui il passaparola (in questo caso sui social) ha effettivamente un valore – e un prezzo - reale.

Funziona così: i clienti si registrano al sito freemarket.nu indicando i propri dati (sesso, età e gusti personali), prendono gratuitamente la merce (al massimo dieci prodotti al mese, tutti diversi tra loro) e poi postano sui social le immagini degli acquisti corredate di descrizione e valutazione. L’unico impegno economico, per loro, è un canone mensile (bassissimo, circa 2,50 euro al mese), mentre le aziende pagano una quota per essere esposte. Non è tanto l’idea a base a colpire, quanto il fatto che gran parte delle logiche del mercato vengano in questo modo sovvertite. Perché sono i consumatori, non i brand, ad avere in mano le sorti di un prodotto, e perché gli stessi brand rinunciano alle indagini di mercato e ai costi d’advertising per intercettare gli acquirenti direttamente sul campo.

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imageLa notizia, in questi giorni, l’avrete letta: Instagram, il servizio di mobile photo sharing che dal 2012 è business unit di Facebook, ha alzato il velo sulla prima app prodotta al di fuori della sua piattaforma, distogliendo per un attimo l’attenzione dal suo stardom dorato per concentrarsi invece su una nuova fetta di videomaker-wannabees, gli stessi, forse, che avevano apprezzato la sua precedente intuizione in fatto di video.

La scelta, in realtà, ha ben poco di casuale: seguendo la scia di Google e altri giganti, Instagram sta cercando di creare – citando un vecchio post di Fred Wilson - una sorta di “costellazione” di app che abbiano ciascuna una propria nicchia di riferimento, in modo da contenere (e trattenere) gli utenti nel suo bacino operativo.

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Che ne siate consapevoli o meno, mentre guardate un film o uno spot televisivo, la percezione che avete di ogni singolo fotogramma varia in base al mood della colonna sonora che l’accompagna. A partire da questo presupposto, e in un periodo “social” in cui a fare da padrone sembrava essere prevalentemente l’uso dei filtri (prima Instagram, poi la rincorsa di Twitter e infine il successo di tool come VideoFilter), la piattaforma web Ubersnap fa un passo avanti e dà vita a quello che sembra l’anello di congiunzione tra Flickr e Spotify, consentendo di combinare l’impatto visivo delle immagini con quello emotivo di una soundtrack.

imageDopo aver creato un account (ma potete anche loggarvi tramite Facebook) vi basterà aggiungere una foto (o un album), scegliere una canzone da un elenco preesistente o addirittura registrare un suono ad hoc. L’interfaccia utente, davvero intuitiva, sta da qualche parte tra Pinterest, Instagram e Vine, con tanto di like, repost, commenti e le solite opzioni di condivisione, con in più, però, la possibilità di acquistare le tracce audio.

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imageA partire dal 1704, anno di debutto dell’advertising cartaceo (il primato è del Boston News-Letter, che pubblicò l’annuncio della compravendita di una casa), l’industria della pubblicità visse, come è facile intuire, una lunga serie di trasformazioni. Nel corso del tempo, solo alcune campagne riuscirono a guadagnarsi lo status di memorabili, e pochissime dimostrarono un valore ancora più grande: quello di influenzare le modalità quotidiane della comunicazione, di plasmare le tendenze di un periodo, o addirittura di ridefinire il significato stesso di propaganda. Vincendo la sfida del tempo, alcuni degli adv che vedrete hanno avuto un impatto mastodontico persino sui filoni pubblicitari dell’epoca moderna (uno solo è successivo al Duemila); altri, addirittura, sono rimasti, negli anni, praticamente immutati. In ordine cronologico, nove campagne che - forse inconsapevolmente - hanno fatto la storia.

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imageUn volto o un payoff? Cos’è che attira maggiormente la nostra attenzione in uno spot pubblicitario? E in un sito web? Analizzando i report di alcune compagnie di software eye-tracking come Sticky e EyeQuant, che monitorano la risposta oculare di alcuni campioni di pubblico nel momento immediatamente successivo al caricamento delle pagine, il sito Business Insider ha recentemente pubblicato una gallery-studio che ci restituisce spunti interessanti sulle reazioni a determinati tipi di informazione e che, in certi casi, rimette persino in discussione alcune opinioni largamente diffuse. La metodologia alla base di questi tool ricorda da vicino lo strumento di sentiment analysis Affdex, che rileva gli emotional peaks di annunci o spot televisivi esaminando le risposte facciali dell’audience.

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imageCon il Parco Nazionale del Gran Paradiso abbiamo un trascorso collaborativo solido e continuativo, iniziato nel 2010 con un lavoro imponente di comunicazione sul web che ha portato principalmente alla creazione di un sito multilingue e ad una prima impostazione dei social connessi (Twitter, Youtube e Facebook).

Come vuole la naturale e fisiologica empatia professionale di questo tipo di rapporti, ogni notizia che in qualche modo “gravita” intorno ai nostri clienti ci coinvolge, e questo, naturalmente, vale ancora di più quando si tratta di un successo che deriva in parte dalla nostra consulenza e da un confronto tra cliente e agenzia costante e proficuo. Il successo di cui stiamo per raccontarvi ora parla un linguaggio straordinario – quello dei social network, appunto - tanto accessibile in apparenza quanto ermetico nella sua ricerca di una “formula” vincente.

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imageSui social media, come sappiamo, il tempismo è essenziale, e spesso l’orario di condivisione di un link può contribuire a segnare l’ipotetica linea di confine tra successo virale e totale e incontrovertibile letdown. Niente paura, però: non siete soli. Perché ciascun social network, autonomamente o meno, si è dotato nel corso del tempo di strumenti per facilitarvi nell’analisi e nell’ottimizzazione dei dati ricavati dalle attività sulle pagine che gestite (è il caso degli Insights di Facebook), oppure - come accade con Timing+ per Google Plus e con Tweriod per Twitter - per suggerire le tempistiche migliori per le vostre pubblicazioni.

Prendete questi dati e valutateli alla luce dell’infografica di Surepayroll.com che stiamo per presentarvi. Se unite il tutto ad una dose massiccia di buon senso (stiamo parlando pur sempre di stime che vanno calibrate in base ai feedback e all’esperienza personale di ognuno ), otterrete forse il vostro prossimo vademecum.

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