Qualche post fa ci eravamo dedicati a Linkedin e Twitter, snocciolandovi diverse funzioni poco conosciute di quelli che, a parere di chi scrive, sono i social network che vantano in assoluto il potenziale maggiore (si fa riferimento, in particolare, al livello di engagement del primo e di “essenzialità comunicativa” del secondo). Oggi, invece, abbiamo scelto di mettere insieme due piattaforme che, nonostante le credenze comuni, hanno davvero poche somiglianze: signore e signori, 8 funzioni di Facebook e Google+ che (forse) non conoscevate.


imageFACEBOOK

1. Caricare foto ad alta risoluzione su Facebook

Per caricare su Facebook un’immagine ad alta risoluzione bypassando la riduzione di qualità della piattaforma, provate a seguire i consigli del blog di Photoshelter. In particolare:

  • caricate le immagini tenendo conto che Facebook supporta al massimo una lunghezza pari a 2048 pixel. Quando caricate un album, ricordatevi di spuntate la casella “Alta qualità”.
  • non esagerate con lo “sharpening” (l’aumento del contrasto per dare più nitidezza all’immagine): Facebook lo riapplicherà infatti nuovamente durante il caricamento.
  • salvate le foto in formato PNG.

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Di ritorno al TTG dopo un anno, quello che abbiamo constatato con sorpresa è stata la volontà, da parte del principale marketplace internazionale del turismo b2b in Italia, di mantenere intatto l’approccio verso il business “face-to-face”, quel modello di impresa “da corridoio” in cui gli occhi si guardano e le mani si stringono ancora. Per un po’, non c’è più spazio per i social network, consegnati idealmente agli eventi del Travel Blogger Destination Italy (giunto alla sua seconda edizione), al fitto programma di seminari - di cui rimangono comunque uno dei principali collanti – e all’entrata in scena di una vecchia conoscenza come Tripadvisor, ormai pronto ad affiancarsi a quelle stesse imprese che fino a ieri lo scrutavano con ostilità.

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E anche quest’anno abbiamo partecipato all’evento di punta dedicato alla piattaforma tecnologica su cui poggiano le fondamenta dei nostri progetti digitali sul web: l’annuale appuntamento del DrupalCon svoltosi ad Amsterdam. Drupal è un Content Management System nato e cresciuto come progetto open source: in sixeleven l’abbiamo adottato fin dalla nostra nascita e non smette di entusiasmarci. Questo entusiasmo non è solo nostro ed è indubbiamente percepibile se si prende parte all’evento annuale che riunisce le persone di tutto il mondo che progettano, sviluppano e realizzano soluzioni tramite la loro piattaforma preferita. La sensazione principale che lascia l’esperienza del DrupalCon è proprio l’entusiasmo e la voglia di collaborare per un bene comune che (in forme diverse) è trasmesso dai membri di questa immensa community.

Durante tutta la settimana è possibile seguire un’ampia scelta di sessioni dedicate agli aspetti più tecnici, ma anche speech dedicati alle metodologie di lavoro, alle best practices e ai case studies più interessanti. Ci sono poi anche i talk più informali (BoF - Birds of Feather) che rappresentano un’ottima occasione per confrontarsi su specifici temi con persone che hanno già affrontato questioni simili: altro esempio in cui cooperazione e collaborazione diventa uno strumento di crescita e miglioramento.

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Sulla Maker Faire di Roma cala un sipario, dopo una tre giorni dedicata interamente all’innovazione, che si lascia dietro numeri da capogiro: 90mila visitatori e 600 invenzioni da tutto il mondo, dopotutto, dimostrano che, ormai, parlare di “fenomeno di costume” è quantomeno riduttivo.

Le protagoniste – come del resto anche al CES 2014 – sono state forse le stampanti 3D, che hanno allargato gli orizzonti applicativi già battuti in quell’occasione spingendosi lungo i territori decisamente più ambiziosi dei trasporti di massa (Strati, la prima automobile stampata in 3D, già presentata all’IMTS di Chicago), del cibo (pizze, pasta e cioccolatini, per i quali basta inserire gli ingredienti nella stampante e caricare la ricetta) e perfino di strumentazioni mediche, come i respiratori, in grado di salvare vite.

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Sarà capitato a tutti, almeno una volta, di trovarsi nella situazione di decidere quale sia il social network più adatto alla pianificazione di una campagna B2B. Anche con tutte le analisi e le previsioni disponibili, infatti, ci sembra sempre che ci siano troppe variabili in ballo, per poter fare una previsione accurata. Ed è così, in effetti. Anticipandovi la conclusione dell’articolo, il discorso si lega proprio all’impossibilità di scegliere se esista o meno una piattaforma in assoluto preferibile. Nonostante si tratti di una convinzione a dire il vero piuttosto diffusa, il sito Econsultancy, qualche mese fa, ci provò pubblicando un articolo che metteva a confronto i risultati di una ricerca specifica ottenuti prima con Linkedin e poi con Facebook. Ecco cosa ne emerse.

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E’ un tipo di espediente pubblicitario che chiamano shockvertising e consiste nell’attirare l’attenzione non con astuzie linguistiche, non con raffinati escamotage creativi ma principalmente con la provocazione visiva. Proprio l’Italia, secondo Business Insider, è in un certo senso l’ambasciatrice di questa tendenza fin da quando, intorno al 1982, Oliviero Toscani diede il via all’iconica serie di campagne per Benetton, a dire il vero un po’ eccessive rispetto all’evidente convenzionalità dei prodotti (ma qui entrano in gioco importanti divagazioni strategiche su cui ora non vogliamo addentrarci). Tant’è: quello è l’inizio di un pezzo importante di storia pubblicitaria, a partire dalla scelta di sostituire il nome del brand con la filosofia del marchio (l’etichetta “United Colors…”, nel 1989, al posto di “Benetton”) per finire (si fa per dire) nel 1992 con l’immagine dell’attivista David Kirby morente, guinness dei primati come “Annuncio più controverso di sempre”.

imageBenetton a parte, comunque, che sulla provocazione ci ha costruito un immaginario e lo ha pure messo al servizio del suo impianto propagandistico (qui tutta la storia, raccontata splendidamente da Pasquale Barbella), gli ultimi decenni sono stati costellati da decine di campagne che ne hanno fedelmente seguito la falsariga. Sta a voi decidere se considerarli brillanti, offensivi o entrambi.

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imageC’è così tanto da vedere e così tanto da fare, sui social network, che alcune delle cose più divertenti e utili, spesso e volentieri sono destinate a perdersi. Per questo motivo, abbiamo deciso di raccogliere alcune delle funzioni meno conosciute di Twitter e Linkedin – probabilmente le piattaforme più “complesse”, nonostante la loro apparente immediatezza – per dare vita ad un breve excursus di tricks&tools a nostro parere indispensabili. Vediamo quanti ne conoscevate…

TWITTER

1. Creare una cronologia personalizzata di tweet
Twitter vi permette di comporre una timeline personalizzata contenente solo i tweet che sceglierete di includere. La creazione di queste collezioni avviene tramite Tweetdeck, management tool gratuito di Twitter.

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In Danimarca, nel quartiere Frederiksberg di Copenaghen, da qualche settimana c’è un supermercato dove si fa la spesa senza pagare.  L’idea, che è di Simon Taylor, ex dipendente di un’agenzia di marketing, è tanto semplice quanto efficace, perché prende alcune vecchie strategie pubblicitarie e le rimodella ad uso e consumo di un’era 2.0 in cui il passaparola (in questo caso sui social) ha effettivamente un valore – e un prezzo - reale.

Funziona così: i clienti si registrano al sito freemarket.nu indicando i propri dati (sesso, età e gusti personali), prendono gratuitamente la merce (al massimo dieci prodotti al mese, tutti diversi tra loro) e poi postano sui social le immagini degli acquisti corredate di descrizione e valutazione. L’unico impegno economico, per loro, è un canone mensile (bassissimo, circa 2,50 euro al mese), mentre le aziende pagano una quota per essere esposte. Non è tanto l’idea a base a colpire, quanto il fatto che gran parte delle logiche del mercato vengano in questo modo sovvertite. Perché sono i consumatori, non i brand, ad avere in mano le sorti di un prodotto, e perché gli stessi brand rinunciano alle indagini di mercato e ai costi d’advertising per intercettare gli acquirenti direttamente sul campo.

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imageLa notizia, in questi giorni, l’avrete letta: Instagram, il servizio di mobile photo sharing che dal 2012 è business unit di Facebook, ha alzato il velo sulla prima app prodotta al di fuori della sua piattaforma, distogliendo per un attimo l’attenzione dal suo stardom dorato per concentrarsi invece su una nuova fetta di videomaker-wannabees, gli stessi, forse, che avevano apprezzato la sua precedente intuizione in fatto di video.

La scelta, in realtà, ha ben poco di casuale: seguendo la scia di Google e altri giganti, Instagram sta cercando di creare – citando un vecchio post di Fred Wilson - una sorta di “costellazione” di app che abbiano ciascuna una propria nicchia di riferimento, in modo da contenere (e trattenere) gli utenti nel suo bacino operativo.

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Che ne siate consapevoli o meno, mentre guardate un film o uno spot televisivo, la percezione che avete di ogni singolo fotogramma varia in base al mood della colonna sonora che l’accompagna. A partire da questo presupposto, e in un periodo “social” in cui a fare da padrone sembrava essere prevalentemente l’uso dei filtri (prima Instagram, poi la rincorsa di Twitter e infine il successo di tool come VideoFilter), la piattaforma web Ubersnap fa un passo avanti e dà vita a quello che sembra l’anello di congiunzione tra Flickr e Spotify, consentendo di combinare l’impatto visivo delle immagini con quello emotivo di una soundtrack.

imageDopo aver creato un account (ma potete anche loggarvi tramite Facebook) vi basterà aggiungere una foto (o un album), scegliere una canzone da un elenco preesistente o addirittura registrare un suono ad hoc. L’interfaccia utente, davvero intuitiva, sta da qualche parte tra Pinterest, Instagram e Vine, con tanto di like, repost, commenti e le solite opzioni di condivisione, con in più, però, la possibilità di acquistare le tracce audio.

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