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Che qualcuno si prendesse gioco del nostro inconscio per veicolare messaggi commerciali non è certo una novità.
La lotta ai messaggi subliminali, tra leggende metropolitane e realtà, si è conclusa a metà del secolo scorso, con la promessa di bandirne l’utilizzo nel cinema, là dove tutto era cominciato.
Richiami politici, satanici, sessuali…orde di agguerriti difensori della coscienza si sono battute per portare a galla il “sottosuolo della pubblicità”.
Ma la “cospirazione” contro la nostra razionalità non si è mai spenta per davvero e i loghi di molti brand famosi ne sono la prova. Desiderio di plasmarci? Tentativo di inculcarci ideologie o di spingerci a preferire un prodotto ad un altro? In questi casi, ci sentiamo piuttosto di rispondere: virtuosismi autoreferenziali poco pericolosi, ricerca artistica di un segno grafico che possa essere letto a più livelli e che possa stratificare un messaggio più completo ed elaborato. Più forte, insomma.
Il processo alle intenzioni fatelo voi.
11 loghi corporate come non li avete mai visti.

C’era una volta il libro. Amato, odiato, stropicciato, prestato, scambiato, sottolineato, sfogliato, divorato.
Superato?
E il Salone internazionale del Libro, contenitore esclusivo di trend editoriali al via oggi fino a lunedì 21, si adegua. Che ci fosse un bel cambiamento nell’aria era chiaro sin dall’anno scorso, quando la scelta del tema ha segnato un evidente spartiacque rispetto al passato: l’ “avventura”, il “sogno”, la “memoria”, i “confini”, la “bellezza”…sono stati spazzati via dalla brezza fresca della “primavera digitale”, sigillo ufficiale di una nuova era dove a farla da padroni sono stati i cambiamenti e le trasformazioni introdotte dalla tecnologia e l’impatto sul mondo editoriale-letterario.
I negozi sono destinati a morire. Almeno, i negozi per come li conosciamo ora. Senza big data su cui poter lavorare, infatti, la competizione con i giganti dell’e-commerce (Amazon ed Ebay in primis) si ridurrebbe lentamente fino ad annullarsi del tutto.
Questa la constatazione di John Lunn, Global Director del PayPal Developer Network. Una presa di posizione che ha tutto il sapore di uno scenario apocalittico gratuito ma che potrebbe rivelarsi, in realtà, molto meno inconsistente di quanto si potrebbe credere.
Durante il suo intervento alla The Next Web Conference di Amsterdam, Lunn ha parlato chiaramente dei rischi, che interesserebbero i retail tradizionali, derivanti da una scarsa conoscenza della propria clientela.
“Potete entrare in un negozio anche per cinque giorni di fila” – dice – “ma, a meno che gli addetti non siano molto attenti, nessuno se ne accorgerebbe. E in più non vi conoscono, non sanno nulla di voi”.
Il blu di Facebook? Per una volta le strategie di marketing c’entrano poco, e Mark Zuckerberg – era il 2010 – confessa candidamente al New Yorker: “Sono daltonico. Il blu è l’unico colore che distinguo perfettamente: non avrei potuto sceglierne altri”. That’s it.
Delusione a parte, se non altro per coloro che ipotizzavano mirate e macchinose decisioni dietro ogni pixel del secondo sito più visitato al mondo, è indubbio che il più sviluppato dei sensi umani (la vista, certo) si ritagli un ruolo tutt’altro che marginale nell’influenza delle decisioni d’acquisto.
I colori, in buona sostanza, sono nient’altro che triggers (ne avevamo già parlato qui) che innescano determinate e ben specifiche reazioni mentali. E non serve altro per comprendere come le qualità e gli attributi di ciascuno di essi vadano a ricreare percorsi emozionali segmentabili in base alla varie settorialità.
(Fonte: blog.bufferapp.com)
Squilla il telefono.
- “Pronto?”
- “Salve, sono la RAI”
- “Oh, buongiorno RAI, mi dica”
- “Niente, noi vogliamo rifare Carosello”
- “Consideratelo già fatto”
Già fatto.
In effetti le vie che si prospettano davanti ad un progetto del genere sono infinite, ma il Carosello è già stato fatto, e funzionava benissimo allora.
Non resta che rialzare il telefono, chiamare gli inserzionisti e chiedere a loro uno sforzo maggiore. Nuove storie, nuovi spot. Gettare delle linee guida, forse. Ad esempio: niente spot già visti, non riproporre esattamente quelli del vecchio Carosello, niente di troppo istituzionale, magari usare l’animazione o lo stopmotion. Suggerire insomma di creare insieme un nuovo format, capace di emozionare i genitori nostalgici e appassionare i piccoli curiosi. Carosello Reloaded dovrebbe essere la scusa per far nascere il dialogo, per far partire i racconti dei grandi e far spalancare le bocche dei piccoli figli della generazione zapping, stupiti del fatto che la pubblicità fosse la cosa più divertente in tv per papà e mamma tanti anni fa.

In principio fu Malinowski, era fine Ottocento e si chiamava “osservazione partecipante”. Se vuoi capire come funziona un gruppo di persone, le sue relazioni ed i suoi modelli di comportamento, è dall’interno che devi guardarlo, calandoti nel suo nucleo, mangiando il suo cibo, parlando la sua lingua. Un paio di secoli e molte rivoluzioni tecnologiche dopo, le regole del gioco non sono cambiate poi molto. E’ cambiato il gioco, però. Eccome se è cambiato.
Già, perché scopriamo che non è più l’etnografia, ma la netnografia a dirci chi siamo. A coniare il termine, un paio d’anni or sono, è il sociologo e marketer Robert Kozinets, che fonde i termini “internet” ed “etnografia”, per teorizzare un nuovo modello di ricerca quali-quantitativa che sonda le esperienze di consumo autentiche degli utenti online al fine di orientare, potenziare e ottimizzare le strategie di business. Leggi alle voci: Brand Reputation, Product Innovation, Communication Design, Customer Satisfaction, Crowdsourcing.
“Leggere gli stati emotivi attraverso le espressioni facciali” suona un po’ come l’evoluzione 2.0 di certe datate teorie fisiognomiche, oppure come l’ennesima conferma di una tecnologia meno lontana dall’uomo e decisamente più empatica.
Invece è una storia (vera) che inizia nel 2011 in una fervidissima Massachusetts Institute of Technology, dove la ricercatrice Rana el Kaliouby, insieme a qualche collega, comincia a sviluppare un dispositivo in grado di decifrare le emozioni umane con l’obiettivo iniziale di aiutare i pazienti autistici a comprendere meglio le proprie pulsioni comunicative.
Gli utenti di Twitter, così abituati a veder scorrere tweet e tendenze sponsorizzati sulle loro dashboard, nei prossimi mesi potrebbero rimanere sorpresi dal nuovo prodottino del social cinguettante.
Il 17 aprile, un post pubblicato sull’Advertising Blog introduceva con toni entusiastici la nuova feature, chiamata semplicemente Keyword Targeting.
Di cosa si tratta? Gli inserzionisti, in poche parole, potranno “acquistare” dei tweet relazionandoli a determinate parole chiave. Quando un utente andrà a pubblicare un messaggio contenente quei termini riceverà in risposta, sulla sua timeline, l’annuncio sponsorizzato. L’idea di Twitter è molto semplice: intercettare gli interessi delle persone nell’esatto momento in cui queste vengono manifestate, cercando di soddisfare bilateralmente gli interessi dei brand e quelli dei potenziali clienti: una strategia che, nel campo del business, prende il nome di “intent retargeting”.

La next big thing in ambito social si chiama Pheed, versione ripulita di Facebook con spruzzate di Twitter, Instagram e SoundCloud, mixati e shakerati in giusta dose per giustificare un risultato che vorrebbe (ma non può) sembrare innovativo.
Le stime all’esordio (ottobre 2012), che prevedevano la calamitazione di almeno 10 milioni di utenti da tutto il mondo, sono state abbondantemente ripagate da almeno una milionata di utenti solo nei primi sei mesi. Il nuovo Facebook? Forse: e a giudicare dall’hype non siamo nemmeno nei confini della fantascienza, soprattutto se consideriamo il numero di giovani che, recentemente, ha abbandonato in massa il lucente regno biancoblu di Zuckerberg.
A volte le buone intenzioni non bastano, soprattutto se parliamo di adv.
E’ inutile negare: li abbiamo visti tutti, almeno una volta. Quei due particolari cartelloni pubblicitari per strada, o quei due particolari annunci sui giornali, che, messi di fianco, generavano involontarie implicazioni comiche, proprio per quel loro essere così assurdamente nel posto sbagliato al momento giusto.
Un adv splendidamente realizzato, decontestualizzato perde tutto il suo significato. E a volte, invece, capita che lo stesso contesto lo renda addirittura controproducente. Non ci credete? Businessinsider ha raccolto alcune delle adv location più sfortunate degli ultimi mesi. Ne abbiamo scelte 13.