imageIl simbolo di un tasto del telefono si trasforma nella vera, grande rivoluzione comunicativa degli ultimi anni, in grado di sconvolgere nel profondo non soltanto il mondo dei social network ma anche quello degli spot televisivi, dell’entertainment, della musica (citofonare Thicke, solo per dirne uno). Ne diventa poi persino inglobato, perché poi, come sempre, subentra l’eccesso, l’abuso, l’uso lontano da quello che è l’obiettivo primario dello strumento e cioè, in questo caso, la categorizzazione di un argomento o di una discussione.

Visti da un’altra prospettiva, gli hashtag (creati in originariamente per Twitter e poi importati capillarmente sugli altri social) hanno un potenziale formidabile. Le statistiche e le informazioni che andremo a presentare di seguito, raccolti originariamente dal blog di Bufferapp,  ne rendono finalmente chiara l’efficacia e rispondono anche alle domande più rilevanti riguardo al loro utilizzo: quanti è opportuno usarne? Quali sono i migliori? Riescono davvero a stimolare le condivisioni?

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Un concept tanto semplice quanto, a suo modo, brillante: la “Google Street View specialist” del Guardian, Halley Docherty, ha sovrapposto con Photoshop le fotografie dei dipinti e delle copertine musicali più conosciute alla visualizzazione delle stesse zone su Street View. Il risultato è un vero e proprio tour delle cover più famose, le stesse che decontestualizzavano una strada, un muro o un palazzo ma che spesso, in realtà, ne diventavano in modo più ampio portatrici di significato.

Dai Pink Floyd a PJ Harvey, dai Led Zeppelin ai Beatles, sono molte le band e i musicisti che hanno utilizzato come foto copertina dei loro album l’immagine di un luogo. Questo progetto, chiamato semplicemente “Classic album covers in Google Street View”, restituisce un nuovo senso a quegli stessi luoghi mostrandoceli però dietro la lente filtrante della storia della musica.

La gallery, già iconica, segue di pochi giorni un altro lavoro creativo sulle copertine di album, quel “The Dark Side of Covers” con cui il graphic designer Harvetz riprendeva il lato nascosto di 30 cover iconiche immaginando di inquadrarne la prospettiva contraria.

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Un rapido sguardo alla crescita dei principali social network rivela almeno due cose interessanti. Di una, la quasi miracolosa corsa di Instagram, forse sospettavate già; l’altra, invece, è davvero una piccola sorpresa: LinkedIn è il terzo canale in più rapida ascesa. Il successo, per alcuni già annunciato proprio per le sue caratteristiche peculiari (si parla della prima rete sociale strettamente dedicata ad un’utenza di professionisti), ha spinto il blog Buffer a raccogliere statistiche e suggerimenti per aiutarci a potenziare il nostro lavoro di brand reputation e soprattutto l’efficienza del rapporto con i nostri collegamenti. In primo luogo perché LinkedIn, generalmente, non è mai stato analizzato a fondo come Facebook o Twitter. E poi perché, lo ribadiamo, ci troviamo di fronte ad uno strumento che vanta potenzialità davvero immense.

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(Fonte: blog.bufferapp.com)

imageHa solo quattordici anni Suvir Mirchandani, da Pittsburgh, Pennsylvania, ma abbastanza fegato (e soprattutto carattere) da fare i conti in tasca niente meno che al governo degli Stati Uniti, elaborando un approccio che applica l’informatica al problema della sostenibilità ambientale.

La storia (ma qualcuno ha già parlato di “grandiosa scoperta”), resa pubblica dalla Cnn, nasce da una ricerca che il giovane liceale ha portato avanti per capire come contenere i costi della sua scuola. Il tutto parte da un assunto molto semplice: utilizzando il Garamond al posto del Times New Roman per i documenti ufficiali si avrebbe un risparmio notevole sia di inchiostro che di carta.

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imagePartendo dal presupposto che il successo di un pezzo tira in ballo una lunga serie di variabili assolutamente non rigorose (l’orario di pubblicazione, la capacità di emozionare, quella di engagement) e che una ricetta infallibile, salvo smentite, ancora non esiste, è evidente che l’unico modo per comprenderne la formula è analizzare quei titoli che virali già lo sono.

Grazie ad un incredibile lavoro del team di Ripenn, che ha raccolto ed esaminato i titoli più cliccati della rete di quattro top site mondiali (BuzzFeed, ViralNova, UpWorthy e Wimp, tutti con milioni di visualizzazioni mensili), il blog Buffer ha tentato di elaborare una sorta di scienza del titolo perfetto estrapolando le parole più ricorrenti a partire da un campione di 3016 headlines (qui il documento completo). Ecco ciò che ne emerso.

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imageQuando lo scorso lunedì mattina un terremoto ha colpito Los Angeles e il Los Angeles Time, in soli 3 minuti, aveva già scritto e pubblicato la notizia, tutti si sono chiesti come fosse possibile. Ma la risposta, come spesso avviene, è nella domanda, e infatti il pezzo terminava con un lapalissiano “questo post è stato creato da un algoritmo progettato dall’autore dell’articolo”. L’autore – o meglio il supervisore – si chiama Ken Schwencke e, come è facilmente intuibile, nella vita è anche un programmatore.

Tre anni fa, tra una stesura di cronaca e l’altra, si inventa un aiuto per i suoi articoli e crea Quakebot, un algoritmo, appunto, che ha il compito di leggere i comunicati emessi dall’US Geological Survey (l’equivalente del nostro Istituto nazionale di Geofisica), identificare l’epicentro della scossa, confezionare un testo all’interno di una struttura predefinita e, infine, in base alla magnitudo, procedere o meno con la pubblicazione (le scosse più gravi non hanno bisogno di revisione). Quakebot, stando alle parole del suo autore, funziona talmente bene che è già stato affiancato da un collega virtuale che si occupa delle pagine di cronaca nera, ma è ancora più curioso sapere che in realtà c’erano persino dei precedenti.

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Verticale è meglio, almeno se si parla di siti web. Questa, almeno, l’idea di un redattore di Mashable, Jason Abruzzese, che qualche giorno fa ha provato a ruotare lo schermo del suo pc di 90° per scoprire quali cambiamenti avrebbe apportato la nuova visualizzazione nella fruizione quotidiana dei siti internet. Pochi giorni e molti esperimenti dopo, racconta i motivi per i quali non tornerà più indietro, parlando della classica visione orizzontale come del “verso sbagliato” e contestualizzando anzi questa abitudine in una – citiamo testualmente - ”epoca buia degli schermi”. Una visione quantomeno insolita, insomma, che però l’autore argomenta partendo innanzitutto da un presupposto fondamentale: nessuno – nemmeno lui - ha inventato nulla.

I tentativi di “verticalizzazione”, del resto, sono iniziati in risposta all’ideazione stessa del widescreen, che seguiva probabilmente l’impianto orizzontale delle calcolatrici o forse dei televisori. Ma se è vero che anche il processo narrativo in generale segue questo approccio (le immagini e la scrittura si sviluppano da sinistra a destra), è anche vero che, dopo l’introduzione del web, si è riscontrato un repentino cambiamento che ha portato la maggior parte dei siti internet ad essere, di fatto, scrollati in verticale.

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imageQuando un giorno qualcuno provò ad introdurre le storie, i racconti narrati, all’interno di contesti e situazioni più prettamente commerciali, ci si rese conto che il trucco funzionava benissimo. Dal canto nostro, pur avendo spesso parlato di quanto sia stretto il rapporto tra marketing e storytelling, non ci siamo mai soffermati su cosa succede “dietro”, cioè sulle modalità in cui le emozioni fanno effettivamente presa sulle nostre percezioni. Queste stesse emozioni, pur essendo riconducibili a centinaia di sfumature diverse, sono state recentemente categorizzate in quattro sole tipologie di base: felicità, tristezza, sorpresa/paura e rabbia/disgusto. Un saggio di Bufferapp provava ad analizzare nel dettaglio ognuna di esse, tentando poi di capire quale fosse il loro grado di relazione col marketing. Questi erano i punti salienti.

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imageDi un incontro della Social Media Week ci torna in mente una metafora bellissima, quasi una sinestesia concettuale che è perfettamente calzante nell’indicare la nostra tendenza a passare con estrema facilità da un device all’altro durante l’arco delle ventiquattro ore: “onnivori digitali”. Pensiamo un attimo al nostro virtuale percorso quotidiano: smartphone appena svegli, sempre smartphone sull’autobus che ci porta in ufficio, pc desktop al lavoro e tablet alla sera, utilizzato magari come second screen rispetto all’esperienza televisiva.

L’esplosione di dispositivi connessi a Internet ha creato, insomma, una nuova realtà per la gestione del flusso di informazioni del netizen medio, cristallizzatasi nell’abitudine ad utilizzarne diversi per compiere una singola operazione. E’ stato questo lo spunto di un’interessante ricerca condotta da Facebook e dall’agenzia di ricerche di mercato GFK, che in uno studio specifico pubblicato poche settimane fa hanno tentato di comprendere il rapporto tra i  diversi device ma anche la rilevanza del loro ruolo nella vita delle persone. Il sondaggio, che ha preso in esame duemila adulti statunitensi, era focalizzato sullo switch tra diversi dispositivi relativo al completamento di un task specifico.

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(Fonte: Mashable)

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Il suo nome effettivamente lascia intravedere ben altre suggestioni, ma questo Spritz, progetto nato a Boston dall’idea di tre sviluppatori, con i cocktail e gli happy hour ha davvero ben poco a che fare. Progettato inizialmente in modalità blindatissima, Spritz promette infatti una vera e propria rivoluzione nel nostro sistema di lettura garantendo una riduzione, o addirittura un dimezzamento, dei tempi di fruizione di un romanzo, di una mail o più in generale di un testo mantenendone però intatte la comprensione e la memorizzazione.

Il metodo si basa sulla ricerca dell’Optimal Recognition Point, cioè di quel punto preciso della parola (che è sempre al centro oppure spostato sulla sinistra) in cui l’occhio codifica e decifra il gruppo di lettere. Per farlo, Spritz è costretto a sconvolgere in toto proprio il nostro approccio: non è più l’occhio a scorrere orizzontalmente per cercare le parole, ma sono le stesse parole a sovrapporsi l’una all’altra consentendo all’occhio di rimanere fisso su di esse. L’ORP, intanto, viene segnato di rosso, permettendo al cervello di individuarlo immediatamente.

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